LE ORIGINI DEL BUFALO
Il bufalo (bubalus bubalis, che gli anglosassoni chiamano water buffalo)
era presente nel Pleistocene sia in Europa sia nel Sud dell'Asia. I
cambiamenti di clima che si verificarono in questo periodo confinarono
la specie nell'attuale territorio che comprende l'India, l'Indocina
e il sud-est asiatico da cui successivamente migrò in Mesopotamia,
Europa orientale, Siria ed Egitto.
L'uomo primitivo nel periodo pleistocenico aveva già raffigurato
il bubalus antiquus del Duvernoy. Tra le più antiche rappresentazioni
ricordiamo quelle ritrovate in Mesopotamia su un cilindro del re Sirgulla
nel 5.000 a.C., epoca in cui il bufalo era presente anche in Europa,
come testimoniano le parti di cranio rinvenute nel Diluvium di Danzica
ed i resti fossili ritrovati nel Lazio e nell'isola di Pianosa dell'arcipelago
toscano (Maymone, 1956). Rappresentazioni più recenti sono quelle
riscontrate su un cilindro caldeo dedicato ad Ibnicharru, scriba del
re di Agadè Sargone vissuto circa 3.000 anni prima della nascita
di Cristo (3.500-3.800 a.C.). Su di esso viene raffigurato un uomo che
porge da bere ad un bufalo a testimonianza della familiarità
esistente tra l'uomo e questo animale. Dovrebbe essere questa la prima
rappresentazione che testimonia l'addomesticamento della specie anche
se la maggioranza degli studiosi fa risalire questo evento al III millennio
a.C. nella valle dell'Indo e solo poco dopo (intorno al 2.500 a.C.)
in Mesopotamia e in Cina. Discussa risulta essere la presenza del bufalo
in Egitto. Secondo alcuni autori il bufalo fu introdotto dagli Arabi
in Siria e da qui portato in Egitto intorno al V secolo d.C., secondo
il Dürst, invece, il bufalo era già presente in Egitto all'epoca
delle antiche dinastie. L'assenza di geroglifici che rappresentavano
il bufalo, che supporta la tesi secondo la quale la specie fosse sconosciuta
agli egiziani, dipende, a nostro avviso, dalla mancanza di conoscenze
del Sudan egiziano e del delta del Nilo, regioni particolarmente difficili
nelle quali vivevano molte specie di bufali e sicuramente il progenitore
del sincerus cafer. Questi territori paludosi e inaccessibili, rappresentavano
l'habitat ottimale per il bufalo anche se non è certo che ivi
era presente il progenitore del bufalo tipo river o tipo swamp da cui
hanno preso origine gli attuali bufali domestici.
Introduzione del bufalo in Italia
Se la presenza della specie in epoche protostoriche è lacunosa
altrettanto risultano difficili da interpretare le notizie fino all'anno
mille. La confusione che esisteva sul termine bubalus ha portato ad
avanzare, ad esempio, diverse teorie sull'introduzione del bufalo in
Italia. Ulisse Aldovrandi (1642) mette in evidenza nella sua opera "Quadrupedrum
omniit bisolcoret Historia", le grandi confusioni che venivano
fatte nell'attribuzione dei nomi. In epoca romana si era, infatti, soliti
indicare per buoi anche le alci ed altri ruminanti selvatici, e i buoi
selvaggi venivano indicati con il nome di bufali. Secondo Plinio la
Scizia e la Germania, povere di animali, erano, tuttavia, insigni per
generi di Buoi selvaggi, cioè Jubati bisonti ed Uri, che, a quei
tempi, il volgo ignorante chiamava Bufali.
Perchè meravigliarsi di tutto questo se ancora oggi in un libro
di fisiologia della riproduzione specializzato per le specie di interesse
zootecnico, tradotto dall'inglese, si legge che il bufalo può
ibridarsi con il bovino? L'autore ha tradotto il termine buffalo, con
cui in inglese si identifica il bisonte, con quello di bufalo, ignorando
che gli anglosassoni identificano il nostro bufalo con il termine di
river buffalo o swamp buffalo. Soltanto dall'accoppiamento tra bisonte
e bovino si ottiene una progenie fertile, in quanto le due specie posseggono
lo stesso numero (60) di cromosomi. L'accoppiamento delle suddette specie
con il bufalo, che presenta 50 (tipo river) o 48 (tipo swamp) cromosomi,
o non dà luogo a concepimento o lo zigote che ne deriva si arresta
ai primi stadi di sviluppo.
Recentemente in un documentario televisivo sull'agricoltura dei paesi
in via di sviluppo, come la Birmania o il Vietnam, l'autore del programma
nell'illustrare alcune scene in cui era presente il bufalo usa il termine
di "bue d'acqua" per indicare questa specie ed afferma che
è un animale docile mentre l'analoga specie presente nello Yellowstone
è selvaggia e pericolosa. Ancora una volta in pieno XX secolo
nel tradurre dall'inglese il buffalo river il giornalista lo confonde
o con il bovino ("bue d'acqua") o con il bisonte delle praterie
americane (bison buffalo).
Secondo Cimmino il termine bufalus risale al greco bubalos che indica
l'antilope africana, utilizzato poi nel latino classico per definire
altri ruminanti selvatici e solo nel XIII secolo diviene sinonimo di
bufala. Ciò non deve meravigliare in quanto il sottogenere "Anoa"
è considerato da molti una forma di transizione tra antilopi
e bovini. Aristotele fu il primo a parlare di bufali da lui definito
come un bovino, abitatore dell'Aracosia, regione della Persia, differente
dai buoi ordinari conosciuti all'epoca e caratterizzato dalla particolare
direzione delle corna pendenti sul dorso.
L'origine autoctona della bufala italiana è sostenutata dal ritrovamento
di fossili risalenti al quaternario nel Lazio e nell'isola di Pianosa
e dagli studi effettuati da Balestrieri e coll.; questi ultimi hanno
dimostrato che la struttura primaria dei fibrino-peptidi A e B del bufalo
mediterraneo allevato in Italia risulta differente da quella delle altre
popolazioni bufaline.
Campanile Castaldo sostiene che il bufalo era presente e conosciuto
in epoca romana e veniva utilizzato per lo sfruttamento dei terreni
paludosi e malsani. L'autore riferisce, inoltre, che gli ebrei erano
soliti mangiare carne di bufala accompagnata da cavoli. Molta confusione
sulla presenza del bufalo in epoca romana dipende dall'utilizzazione
fatta a quell'epoca del termine bubalus, secondo il Werner, infatti,
il bufalo era sconosciuto ai romani in quanto sui bassorilievi dell'epoca
si ritrovano soltanto raffigurazioni dell'antico Bos italicus. E' difficilmente
sostenibile, tuttavia, che i Romani non conoscessero il bufalo dal momento
che essi conoscevano il Giordano, che attraversava la Giudea, e il Tigri
e l'Eufrate, che delimitavano la Mesopotamia; la prima divenne provincia
romana sotto Cesare Augusto sin dal 6 d.C. e la seconda fu oggetto di
conquista da parte di Traiano (97 - 117 d.C.).
Molti sono concordi nell'affermare che l'introduzione del bufalo in
Italia sia avvenuta durante le invasioni longobarde. Agilulfo, dopo
la vittoria sui Gepidi - popolo che abitava nella Pannonia e che espandendosi
minacciava gli Avari e i Longobardi - ricevette in dono dal re degli
Avari dei bufali (secondo qualcuno un solo bufalo), quale segno di amicizia
per l'aiuto ricevuto. Nel 568 i Longobardi con Agilulfo (590-615) iniziarono
la conquista dell'Italia e fu allora che diffusero la bufala nel Meridione.
Nella "Historia Longobardorum", scritta dal monaco benedettino
Paolo Diacono nell'VIII secolo, è descritto lo sgomento che cavalli
selvatici e bufali al seguito dei Longobardi destarono nelle popolazioni
italiche. Sembra, tuttavia, inverosimile che un solo bufalo (perchè
pare che di un solo esemplare si trattasse) abbia generato tanti soggetti
da determinare lo stupore, cui accenna Paolo Diacono, nelle genti italiche.
Sembra, invece, più plausibile che la suddetta meraviglia possa
essere scaturita dal primo contatto con bovini di ceppo podolico tanto
diversi per mole, struttura, portamento e dimensioni delle corna dalle
vacche di razza iberica allora presenti in Italia. E' plausibile, inoltre,
che proprio le suddette diversità li abbiano fatti definire Bubali,
termine col quale venivano indicati i congeneri selvatici transalpini
ben noti sia a Plinio il vecchio (I sec. d. C.) sia a Venanzio Fortunato
(VI sec. d.C.). Secondo il Cantalupo, invece, i bufali non facevano
parte della cultura longobarda. Egli, infatti, giustamente osserva che
nelle "Leges Longobardorum", ed in particolare, agli articoli
CCCXV e CCCLI dell'editto di Rodari, nel trattare dei danni provocati
o ricevuti da una serie di animali non si fa alcuna menzione del bufalo
nonostante che a redigere le leggi debba essere stato un legislatore
abbastanza meticoloso. Nelle suddette leggi si fa riferimento ad una
serie di animali non solo domestici ma anche selvatici il che testimonia
l'accuratezza dell'autore; vengono citati, oltre ai comuni animali domestici,
il cervo domato, lo sparviero e il falcone ma non il bufalo, che, in
caso di sconfinamenti, notoriamente, arreca più danni del bovino.
Ciò farebbe pensare che la specie fosse sconosciuta ai Longobardi
tanto è vero che nel beneventano, territorio nel quale essi apportarono
notevoli contributi di storia e di arte, non sono stati mai ritrovati
resti di bufalo, e tale specie non fa parte delle tradizioni culturali
dei sanniti.
Va ricordato che Paolo Diacono nella compilazione della sua Historia
Longobardorum accoglie leggende e tradizioni, che, anche se non prive
di valore storico, si riferivano a quanto riportato da altri su eventi
accaduti 2 secoli prima. Secondo il Davelouis, invece, i primi bufali
introdotti dai Longobardi furono uccisi in quanto considerati animali
venuti dall'inferno e giunti con le invasioni barbariche, considerate
portatrici di malattie e distruzione. E' alquanto strano, tuttavia,
che non si siano trovati documenti o raffigurazioni di quest'animale
fino a dopo l'anno mille.
Al principio dell'VIII secolo san Willibaldo, vescovo di Eichstatt,
dopo aver attraversato tutta l'Italia Meridionale, fu stupito di incontrare
sulle rive del fiume Giordano dei bufali. Se a quell'epoca i bufali
fossero stati noti in Italia non si sarebbe dovuto stupire o li avrebbe
comparati a quelli presenti nella nostra penisola. Non va dimenticato
che, in ogni caso, la popolazione bufalina allora presente non era numerosa
e ciò può spiegare perchè san Willibaldo non lo
conosceva.
Il Cimmino riporta che scavi storici effettuati a Capaccio vecchio ed
Altavilla non hanno evidenziato tra le ossa di animali ritrovate quelle
del bufalo che, inoltre, non viene menzionato in documenti risalenti
l'anno mille. In funzione di questi riscontri egli formula l'ipotesi
che l'introduzione del bufalo sia avvenuta in epoca Normanna con le
invasioni dei Saraceni e dei Mori. Questi popoli avrebbero introdotto
verso la fine del X secolo le bufale dall'Egitto in Sicilia e, successivamente,
in epoca Sveva (1189-1266), esse sarebbero giunte nelle attuali aree
di allevamento ed in particolare nella piana del Sele.
Il bufalo in Italia dopo l'anno mille.
La prima vera attestazione della presenza del bufalo la ritroviamo nei
documenti dell'Abbazia di Farpa nel Lazio nel XII secolo e nel XIII
secolo, in epoca angioina, in un decreto del re Carlo I d'Angiò
in cui si ordina di restituire un bufalo domito, cioè da lavoro.
E' di questo periodo (XII secolo) la notizia secondo cui i monaci del
Monastero di San Lorenzo in Capua offrivano ai componenti del Capitolo
in occasione della celebrazione della festa del Santo patrono una mozza
o provatura unitamente ad un pezzo di pane. La tecnica di lavorazione
era ormai nota in quanto si ha notizia che nel 1294 venivano inviate
settimanalmente a Napoli provole dalla tenuta reale di Santa Felicita
in Foggia.
Al bufalo va attribuito il merito di aver reso possibile l'utilizzazione
di territori degradati, di aree maginali evitandone il completo abbandono
da parte dell'uomo. Con le invasioni barbariche estesi territori erano
stati abbandonati ed erano stati soggetti a un progressivo impaludamento
che, soprattutto durante le guerra dei Vespri, coincise con il diffondersi
della malaria che è perdurata fino allo sbarco degli alleati
sulla rada di Paestum. Tale degrado fu descritto da studiosi e scrittori
che attraversavano queste zone per visitare le vestigia romane e le
rovine dei Templi di Paestum. Una delle testimonianze più note
è quella di Goethe che nel 1786, recandosi nella pianura di Paestum,
riferisce: "La mattina ci mettemmo in cammino assai per tempo e
percorso una strada orribile arrivammo in vicinanza di due monti dalle
belle forme, dopo aver traversato alcuni ruscelli e corsi d'acqua, dove
vedemmo le bufale dall'aspetto d'ippopotami e dagli occhi sanguigni
e selvaggi. La regione si faceva sempre più piana e brulla: solo
poche casupole qua e là denotavano una grama agricoltura".
Da questa testimonianza si evince che l'unica forma di attività
agricola e zootecnica dei terreni pianeggianti e paludosi della piana
del Sele era rappresentata dall'allevamento del bufalo che era in grado
di trasformare le risorse foraggere degli acquitrini in un prodotto
che ormai sostiene una delle attività economiche più floride
di un vasto territorio. Tutto ciò avvenne là dove altri
ruminanti facevano registrare elevati tassi di mortalità e per
tale motivo non erano in grado di produrre reddito.
L'attività economica che ruotava attorno all'allevamento bufalino
è testimoniata da notizie del 1300 circa la commercializzazione
dei derivati del latte di bufala e di carni destinate solitamente al
mercato di Napoli e Salerno. Il latte veniva trasformato in prodotti
che si sono diversificati nel tempo e che nel XIX secolo avevano dato
luogo a circa 12 latticini. Per motivi di viabilità tra il 1.300
e il 1.600 giungevano sui mercati principalmente provole e ricotte di
cui si allungava la vita commerciale con l' affumicamento. Ed è
proprio nel 600 che la bufala incominciò ad attirare l'attenzione
degli imprenditori, che trasformarono l'allevamento da libero a semilibero
ed in alcuni casi a stallino. Nella prima metà del '600 i Doria
allevavano nella piana del Sele 3.000 bufale! Si iniziò a razionalizzare
la produzione in funzione sia della fiera di Salerno, dove giungevano
i prodotti provenienti dalla Piana del Sele e dalle zone limitrofe,
sia del Mercato di Napoli dove arrivavano principalmente quelli provenienti
da Caserta, ed in parte, da alcune zone del Salernitano. E' proprio
in questo secolo che si vanno formando nuclei di cooperazione tra due
o più masserie allo scopo di centralizzare la lavorazione del
latte e di razionalizzare la produzione casearia e lo smercio dei prodotti
sui grossi mercati.
L'allevamento della bufala oramai si era diffuso anche nell'agro nocerino
mentre nel vallo di Diano, dove prevaleva l'allevamento bovino, salvo
sporadiche apparizioni non ha mai costituito un'attività zootecnica
interessante. L'eccessivo frazionamento fondiario, la scarsa conservabilità
dei prodotti derivanti dalla lavorazione del latte unitamente alla lontananza
dai mercati di riferimento e all'inadeguatezza della rete viaria dell'epoca
hanno posto un freno ad un ulteriore sviluppo di questo allevamento.
Altre attività zootecniche quali quelle legate all'allevamento
ovino, caprino e bovino il cui latte meglio si prestava alla produzione
di formaggi stagionati commercializzabili periodicamente ebbero per
tale motivo migliore fortuna. Quanto finora riferito non deve destare
meraviglia se si considera che la valorizzazione della mozzarella è
penalizzata ancora oggi dalla carenza sia di aeroporti sia di conteiner
refrigerati su rotaie, assenti "proditoriamente" nei luoghi
di produzione.
Durante la dominazione spagnola la bufala fu utilizzata anche come animale
da cacciare, venivano, infatti, organizzate delle battute di "caccia
alla bufala" in occasione delle quali la corte si recava nelle
zone di allevamento della piana del Volturno ed in quella del Sele.
Soprattutto in quest'ultima è possibile osservare ancora le casine
di caccia dei borboni utilizzate successivamente come dimora dalle famiglie
patrizie. I Borboni, in particolare, prestarono molta attenzione a questa
specie tanto che crearono un allevamento nella tenuta reale di Carditello
dove, nella metà del '700, insediarono anche un caseificio "sperimentale".
In un registro di stalla venivano annotati gli eventi più importanti
delle bufale alle quali veniva attribuito un nome che di solito ricordava
i personaggi di corte.
Nella piana del Volturno ed in quella del Sele sopravvivono le antiche
bufalare, costruzioni in muratura di forma circolare caratterizzate
da un camino centrale utilizzato per la lavorazione del latte e da piccoli
ambienti, privi di copertura, addossati alle pareti con due giacigli
contrapposti in pietra destinati a due bufalari o ad un "minurente"
che usufruiva di uno spazio quasi doppio per riposare. Costoro erano
da considerarsi i più fortunati in quanto in molti casi la dimora
degli addetti alle bufale era fatta di canne palustri, di forma tonda
o quadrangolare, dette "pagliare". Quanto descritto è
durato fino a pochi anni dopo la seconda guerra mondiale e rappresentava
il corollario di una vita grama dove la malaria, la splenomegalia da
essa causata, e la malnutrizione erano imperanti su coloro che accudivano
le bufale; costoro per le loro prestazioni ricevevano in cambio un modestissimo
salario, una bottiglia di burro alla settimana e il diritto di contendere
al bestiame le cicorie selvatiche. Queste ultime venivano bollite, di
solito, con la coda "persa casualmente" da qualche soggetto
che ne faceva un uso troppo frequente durante le operazioni di mungitura.
Nell'800 in piena crisi zootecnica l'attività più proficua
continuò ad essere quella bufalina per la particolare produzione
casearia, per la carne, consumata principalmente a Napoli, per i cuoi
e per la sua attitudine al lavoro. In questa epoca secondo stime riportate
da vari autori il patrimonio bufalino si aggirava tra gli 8.100 capi
censiti nel 1865 e gli 11.070 capi del 1881. Ciò dimostra che
il crescente interesse per questa specie e per i suoi prodotti aveva
fatto incrementare di circa il 27% il patrimonio in meno di 20 anni.
La presenza del bufalo in alcune zone dell'Italia meridionale era legata
alle caratteristiche orografiche del terreno, alla particolare adattabilità
di questa specie a condizioni climatiche avverse, come il clima caldo-umido
delle zone paludose, e alla sua capacità di nutrirsi di alimenti
grossolani e delle essenze botaniche che crescono nei terreni paludosi.
La bufala era molto apprezzata anche come animale da lavoro e veniva
utilizzata per il trasposrto di diversi materiali come attestano gli
statuti di Bagnoregio per il trasporto di macine dalle cave ai mulini
e le notizie in epoca angioina circa il trasporto di macchine da guerra
a Castellabate e di materiale per rinforzare le difese di Salerno. La
particolare utilità dei bufali fu un fatto talmente riconosciuto
che durante il regno Pontificio nel XV secolo i feudatari dovevano per
legge destinare una parte dei possedimenti al pascolo di questi animali,
gli unici in grado di poter trasportare in territori fangosi o accidentati
mortai ed altri pesanti pezzi di artiglieria.
Erano insostituibili, inoltre, per la pulizia dei canali di sgrondo
delle zone paludose e dei letti fluviali. Ciò rappresentava un'opera
di notevole importanza in quanto la pulizia dei canali, permettendo
il deflusso delle acque e del fango durante le pioggie alluvionali,
evitava le tragiche conseguenze delle alluvioni che tutti oggi conosciamo.
E' interessante riferire che in un documento del salernitano veniva
evidenziata l'importanza data a quest'opera effettuata con facilità
dalle bufale. Lo stesso Comune di Sarno fittava ogni tre anni una mandria
di bufale per la cosiddetta mena delle bufale per i regi lagni che erano
deputati a facilitare lo sgrondo non solo delle acque ma anche del fango
che scendeva dalla montagna. Nella pianura Pontina erano impiegate per
la pesca fluviale e nel Salernitano per quella sottocosta.
Note sull'utilizzazione del bufalo nel XX secolo.
L'utilità del bufalo non è sempre stata riconosciuta
dagli studiosi. Vito Antonio Ascolesi nel Manuale Economico-Pratico-Rurale
lo descrive come un animale stupido e feroce, di forza considerevole
ed abituato a dimorare nel fango. Ciò deriva, così come
in tutte le epoche, dalla scarsa conoscenza dell'oggetto di cui si scrive
e dalla mancanza di lungimiranza. Altri autori con più cognizione
di causa lo considerano un animale che obbedisce alla voce e al pungolo
del guidatore dotato di una memoria e di una sensibilità superiore
a quella del bue e utili per qualsiasi tipo di lavoro.
Gli Ebrei residenti a Napoli e Roma consumavano la carne degli animali
adulti che presentava un sapore disgustoso definito muschiato e i bufalotti
la cui carne era "assai pregiata e, mangiata incosciamente può
senza dubbio passare per carne di bovino"; la carne veniva venduta
fresca affumicata e salata.
E' noto che per fame - quella vera che è stata il filo conduttore
di molte commedie napoletane - il basso ceto utilizzava anche le carcasse
degli animali morti per barbone che venivano dissepolti dai cosidetti
"carnicchiari".
La pelle era molto ricercata ed utilizzata per i cinghioni da carrozza,
per le scarpe, più costose ripetto a quelle manufatte con pelle
di bovino, e per i cuoiami dei soldati, in quanto molto più grossa
e resistente rispetto al cuio che derivava dal bovino; le corna, anch'esse
molto ricercate, venivano utilizzate per i manici dei coltelli e per
altri oggetti ornamentali e di lusso. Il maggior reddito derivava, come
sempre, dalla trasformazione del latte in mozzarella, provole, ricotte
e borrelli, sorta di borse di pasta di mozzarella contenenti grasso
di affioramento (fior di latte), piccolissime mozzarelle e borratte
che venivano esitati sui maggiori mercati dell'epoca che erano quelli
di Napoli e Salerno.
Dagli annali dell'Osservatorio di Economia Agraria di Portici (Na) del
1938 risulta che l'allevamento bufalino costituiva una realtà
economica importante per il Salernitano anche in piena bonifica, in
quei luoghi, infatti, mentre le attività di tipo agricolo (pomodoro,
tabacco, frutta) presentavano un andamento altanelante tendente al ribasso,
il prezzo del latte di bufala risultava alquanto soddisfacente anche
quando tutta l' economia agricola era depressa, ciò grazie al
fatto che i latticini di bufala erano rari e ben quotati sul mercato.
Il reddito netto per capo di bestiame era del 20% superiore rispetto
alla bovina mentre scendeva all'8% se nel reddito si cumulava il vitello
sopra i 6 mesi.
Bisogna considerare che in quell'epoca la differenza di produzione tra
le due specie era inferiore a quella attuale e che, unitamente al più
elevato prezzo del latte, la differente resistenza alle malattie (se
si esclude il barbone bufalino) a quei tempi era accresciuta dal fatto
che, ed era quasi la regola, lì dove veniva allevata la bufala
altre specie non avevano alcuna possibilità di sopravvivere.
Negli ambienti paludosi gli endo (verminosi) e gli ectoparassiti, a
loro volta vettori di malattie protozoarie (piroplasmosi), causavano
nel bovino malattie incurabili con i presidi terapeutici allora utilizzati.
I suddetti territori appartenevano a latifondisti che senza eccessivo
impegno ottenevano un sicuro ricavo derivante dalla vendita del bestiame
da macello e del latte ('a vacca pe' bellezza e a' bufala pe' ricchezza).
Praticamente inesistente il costo dei ricoveri e la loro manutenzione
non aveva raffronti con quello della bovina per la quale era richiesto
ben altro impegno che sovente era vanificato dai danni derivanti da
malattie non facilmente controllabili con le conoscenze che derivavano
da una buiatria praticamente agli albori.
Stime non ufficiali riportano che agli inizi del 900 si contavano circa
20.000 capi che si ridussero di circa il 50% in seguito alle bonifiche
delle zone paludose effettuate dal regime fascista durante il quale,
a dimostrazione dei lavori svolti, la bufala, sinonimo di zootecnia
arretrata e di territori malsani, non veniva più riportata separatamente
dal bovino nelle statistiche ufficiali.
Nel 1947 il patrimonio bufalino era costituito da 12.000 capi presenti
soprattutto nel Salernitano. Gran parte dei capi allevati in Terra di
Lavoro furono decimati, infatti, dai tedeschi in ritirata dopo le quattro
giornate di Napoli. Agli inizi degli anni cinquanta la bufala veniva
considerata un animale di prossima estinzione in quanto, secondo un
anonimo che esprimeva tale concetto sull' "Allevatore", ormai
non sussistevano più le condizioni per la sua sopravvivenza economica.
Nonostante queste catastrofiche previsioni a partire dall'immediato
dopoguerra a tutt'oggi l'incremento del patrimonio bufalino è
stato continuo e non accenna ad arrestarsi. Secondo le statistiche ufficiali
attualmente sarebbero presenti 160.000 capi ma è più verosimile
che i capi allevati siano circa 200.000. Tutto ciò si è
registrato in uno spaccato di storia zootecnica contraddistinto frequentemente
da periodi di crisi per merito di imprenditori che, remando controcorrente,
hanno creduto in una specie sinonimo di arretratezza e di latifondo.
All'iniziativa di alcuni di loro si deve la nascita di caseifici aziendali
che trasformando esclusivamente latte di bufala hanno fatto conoscere
la vera mozzarella costringendo così anche i mistificatori più
incalliti a migliorare il loro prodotto. Questo processo verificatosi
nell'ultimo lustro è stata la molla che ha intensificato notevolmente
i consumi, ha favorito il continuo incremento della popolazione bufalina
e ha creato un indotto che oggi tiene impegnati nell'area del DOP circa
15.000 addetti. Tale cifra è pari a un terzo degli occupati che
ha creato o, più precisamente, avrebbe dovuto creare la FIAT
in tutta l'Italia meridionale grazie ad aiuti governativi che le autorità
regionali campane, la cui lungimiranza è ben nota, non hanno
assicurato alla bufala.
Attualmente la bufala si sta diffondendo anche in regioni più
vicine ai mercati europei e dove infrastrutture e servizi sono un supporto
indispensabile per qualsiasi processo produttivo. L'insieme di questi
fattori, unitamente ad una maggiore disponibilità di capitali,
alla lunga potrebbero favorire una condizione di superiorità
gestionale e rappresentare una seria concorrenza per gli imprenditori
tradizionali e, quel che è peggio, incrementare i problemi di
natura occupazionale che sono endemici nelle regioni in cui è
diffuso tale tipo di allevamento.
L'allevamento della bufala in questi ultimi anni ha subito notevoli
trasformazioni sia di tipo strutturale che di organizzazione aziendale
che hanno portato ad una maggiore razionalizzazione delle tecniche di
allevamento. Si è passati, infatti, da un allevamento di tipo
estensivo ad uno di tipo confinato che, pur limitando lo spazio a disposizione
delle bufale, è in grado di assicurare meglio i fabbisogni nelle
diverse fasi produttive. L'incremento numerico della popolazione bufalina
è stato favorito dalle favorevoli condizioni di mercato ma anche
dalla maggiore attenzione all'allevamento della rimonta che negli anni
passati, a causa della scarsa cura prestata alle bufale durante la gestazione
avanzata e al vitello nei primi giorni di vita, era falcidiata dalle
malattie neonatali, dal barbone e dalle verminosi.
Il vitello veniva svezzato concedendogli - rispettivamente nel primo,
secondo e terzo mese di vita - il latte di 3, di 2 e di 1 quarto e,
quindi, quantità insufficienti a garantire un normale accrescimento
ad un soggetto nelle fasi iniziali di vita. Succesivamente usufruiva
del solo latte di sgocciolatura che gli veniva elargito in quanto solo
la sua presenza favoriva la montata lattea. La mungitura avveniva manualmente
direttamente sui pascoli ed i mungitori chiamavano le bufale con un
nome che ricordava un evento che si era verificato nel giorno del suo
primo parto. Ai soggetti in lattazione venivano concessi i pascoli migliori
mentre a quelli in avanzato stato di gestazione e alla rimonta i peggiori.
Si verificava, pertanto, in funzione delle stagioni, della piovosità
e del carico bestiame per unità di superficie un continuo modificarsi
del livello nutritivo della dieta ed i soggetti allevati erano quasi
sempre magri.
Tutto ciò appartiene al passato anche se sopravvive in qualche
azienda. Sono poche le bufale che vengono ancora identificate con un
nome in quanto una targhetta con un numero a 14 cifre, imposto dall'anagrafe
della comunità europea, ed altre due rispettivamente con il numero
aziendale e del libro genealogico contraddistinguono un animale che
si è sempre mostrato in grado di instaurare un rapporto con il
personale di governo. Stalle razionali e sale di mungitura moderne hanno
sostituito i vecchi e romantici procoi, un'alimentazione alla mangiatoia
più rispondente ai fabbisogni ha fatto raggiungere prestazioni
prima inimmaginabili migliorando anche la resa al caseificio di un latte
che, grazie alle sue peculiarità e alle sue difficoltà
di lavorazione, poco si presta ad essere trattato uniformemente secondo
criteri di lavorazione industriale. Dei circa 400 caseifici che trasformano
il latte di bufala nelle aree tradizionali soltanto 7 lavorano quantità
giornaliere superiori a 10.000 kg. Siamo dell'avviso che ciò
ha contribuito ad assicurare al prodotto quell'artigianalità
che è alla base del successo della mozzarella di bufala i cui
consumi aumentano di anno in anno e non accennano a flettersi. Questo,
che secondo molti, rappresenta l'anello debole della filiera bufalina
è risultata la carta vincente che non dovrà essere soppiantata
da quella standardizzazione tecnologia che ha peggiorato la fragranza
della maggior parte dei formaggi italiani.